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Qualcuno spinge, per fortuna nessuno lo ascolta

Uscire dall'euro per rilanciare l'economia? Una follia!

L'operazione porterebbe lo Stato al fallimento e trascinerebbe l'Italia in una recessione spaventosa

Di Giovanni Gelmini

Ogni tanto qualcuno esce con quest’idea folle: “Uscire dall'euro per sistemare la nostra economia”. Chi lo propone è evidentemente poco esperto dei meccanismi macroeconomici e delle interdipendenze che legano i vari fattori dell'economia e della finanza, pensa che sia ancora applicabile la ricetta inventata all'epoca di Craxi: facciamo pure tanto debito pubblico e lasciamo che l'inflazione galoppi, così quando lo rimborseremo varrà meno di quando i cittadini l'hanno sottoscritto.

Questo metodo, che ci ha portato al disastro attuale, oggi non è più applicabile. La situazione allora era molto diversa dall'attuale.

Per prima cosa allora l'industria era efficiente, investiva in innovazione e quindi era molto più competitiva d’oggi, che invece investe in corruzione. Essendo più competitiva, poteva sfruttare il minor valore della lira per meglio vendere sui mercati esteri. Oggi l'industria è poco competitiva, non più sorretta dagli investimenti pubblici, che si sono ridotti a quasi nulla e, anche quel poco che lo Stato fa, è sprecato spesso in cose inutili, ma produttive per gli interessi di qualcuno.

Altro fattore decisivo è che allora il nostro debito pubblico era di dimensioni ragionevoli e in mano essenzialmente alle famiglie italiane, che pensavano di fare un buon investimento per gli interessi elevati, e alle imprese che investivano così la loro liquidità per garanzia e per trasferirla nel tempo per i futuri usi dell'impresa. Oggi il debito sovrano italiano è in mano essenzialmente ad investitori finanziari, spesso esteri, che, a differenza delle ingenue famiglie, sono molto attenti al rapporto interessi /inflazione.

Se l'Italia uscisse dall'Euro per smettere la politica di rigore e tornare a giocare sull'inflazione per rimborsare meno capitale di quello avuto in prestito, il gioco non riuscirebbe.

Quello che succederebbe, penso, sarebbe quello che descrivo qui di seguito.

Gli investitori finanziari, appena subodorata questa nuova linea di politica economica, senza aspettare l'uscita dall'Euro, non acquisterebbero più i titoli italiani e si libererebbero di quelli già detenuti in portafoglio. Ciò è già avvenuto nel secondo terzo trimestre del 2011, quando lo spread è schizzato oltre i 500 punti.

Le aste della Banca d'Italia, non più sorretta dalla BCE, andrebbero semi deserte e così lo Stato non avrebbe più i soldi per far fronte alle spese correnti. Stipendi pubblici e pensioni non sarebbero onorati in modo completo, ma solo in parte. Questo deprimerebbe ulteriormente i consumi, già oggi ridotti al lumicino e si aprirebbe una stagione di chiusure di imprese e fallimenti. La disoccupazione schizzerebbe a livelli del dopoguerra, l'INPS e tutti i fondi pensionistici, avendo entrate contributive ulteriormente ridotte, si troverebbero nella necessità di tagliare ulteriormente le pensioni, innescando così una pessima spirale recessiva: altro che sviluppo!

Abbiamo solo una via, quella indicata da Squinzi: ridurre le spese correnti delle Stato in modo da ridurre il cuneo fiscale sul lavoro, cioè abbassare la pressione fiscale diretta sui redditi più bassi (IRPEF) e indiretta, deducendo anche il costo del lavoro dall'imponibile dell'IRAP. Io aggiungo riprendere ad investire, in particolare sull'efficienza della macchina burocratica che distrugge tante risorse delle imprese e dei cittadini con procedure lente e assurde.

Purtroppo questo non sembra che sia la priorità della politica che, invece, cerca di mantenere a tutti i costi lo status quo: il dibattito sulla decadenza di Berlusconi è un esempio lampante di cosa si occupino i politici.

Mi viene il dubbio che coloro che sostengono l'uscita dall'Euro, con argomentazioni fantasiose e non veritiere, lo facciano solo per aiutare i signori seduti sugli scranni della politica a restarvi seduti.

Argomenti: #crisi , #crisi finanziaria , #euro , #politica , #politica economica

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