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La Crisi sta finendo? E vale anche per l'Italia?

A che servono le riforme tanto sbandierate? Dove sono gli interventi veri di sostegno alla ripresa economica?

Di Giovanni Gelmini

“La crisi” è ormai una parola che fa da sottofondo a qualunque discorso politico da ben più di cinque anni, però sembra che i politici non abbiano ancora capito nulla di questa crisi (N.d.R o forse non sono in grado di capire alcunché?) e continuano a blaterare.
Non sono attenti né alle realtà economiche, ben descritte dall'ISTAT, né agli interventi dei tanti economisti preparati, ma agli interessi della classe al potere e ai risultati dei desideri degli elettori espressi nei sondaggi, senza valutarne la coerenza con gli obiettivi.

Eppure è chiaro che questa crisi, che coinvolge tutto il mondo, è causata, non dalle speculazioni finanziarie, che ne sono state la miccia, ma dalle strutture obsolete dell'economia, vincolate da lobby e interessi che non ne permettono l'evoluzione. Sembra che, proprio quelle lobby che hanno causato la crisi, siano gli interlocutori privilegiati della politica

E cosi si parla di rilancio dell'occupazione pensando di poter risolvere il problema con leggi assurde come quelle della Fornero e interventi come il jobs act di Renzi che di certo non potrà aumentare i posti di lavoro se non si svilupperà dall'altra parte la domanda interna, che invece latita. Certo che il problema del lavoro è grosso; perché ci sia la vera ripresa occorre che aumentino gli occupati, ma è anche opportuno porsi la domanda: a produrre cosa se i consumi non ci sono?

I consumi non riprenderanno certo per 80€ al mese in busta paga di una parte dei lavoratori, mancano all'appello quelli che hanno un reddito da lavoro inferiore al minimo tassabile, i disoccupati, i pensionati e... i lavoratori autonomi per disperazione, le cosiddette “patite IVA” cioè i nuovi schiavi di quelle lobby che impediscono la ripresa e che considerano il lavoratore un fattore produttivo da spremere ed intercambiabile senza problemi.

Ci vendono le “riforme” come una leva per far ripartire l'economia. Sinceramente mi sembra che ci stiano prendendo per i fondelli.

Non credo che il non pagare qualche centinaio di parlamentari possa cambiare qualcosa. Non credo che l'apparato legiferante sia nei guai per il bicameralismo perfetto (che permette un controllo delle leggi), quando le leggi approvate non sono applicabili perché non vengono prodotti i decreti attuativi e i regolamenti e, inoltre, abbiamo visto che quando c'è la volontà politica le leggi passano in quatto e quattrotto.
Se si vuole risparmiare basta dimezzare tutti i parlamentari (300 alla camera e 150 al Senato possono essere sufficienti) e rendere più snello il modo di operare delle Commissioni e dell'Aula.

Forse l'abolizione del Senato serve solo a rendere più facile il comandare per chi occupa il potere

Non credo che abolire 109 Consigli Provinciali possa modificare granché, visto che poi le funzioni oggi svolte dalle Province sono necessarie e saranno svolte comunque da qualcun'altro, magari con maggior costi.

Forse l'abolizione delle Province serve a mantenere lo spreco delle Regioni che è enorme e ben controllato dai politici.

Per rilanciare l'economia e agganciare la timida ripresa che si sta registrando nel mondo, dopo cinque anni di non azione della politica, occorrono interventi che siano operativi subito, non tra qualche anno.

La semplificazione burocratica e la riduzione degli Enti sono certamente una via importante per ridare competitività alle imprese e aggiungo altre due cose forse più importanti: l'efficienza e l'efficacia della Giustizia e la lotta alla corruzione.

Forse però queste ultime non piacciono a tutti i politici e non piacciono di sicuro ai tanti indagati e ai condannati che si occupano attivamente di politica e fanno di tutto per non esserne allontanati.

Fin dall'inizio della crisi, nel 2008, avevo compreso che questa era la “tempesta perfetta” che da macroeconomista attendevo fin dalla fine degli anni '90. Avevo anche indicato una via importante per evitare il peggio, che invece è accaduto.

Per evitare la crisi pesante allora, e oggi per far ripartire l'economia, occorre immettere soldi nel ciclo economico con gli investimenti pubblici. Lo Stato è l'unico che può investire quando l'economia si raggrinza e non invita il privato a rischiare. Una via per fare questo sarebbe, in uno Stato serio, il ricorso al debito pubblico per avviare grandi investimenti, ma per l'Italia questa via è impossibile perché il livello del debito pregresso e l'elevata spesa pubblica, non permette di chiedere soldi ulteriori al sistema finanziario.

Allora c'è una sola via: sbloccare i fondi dei comuni virtuosi per i loro investimenti. Questa via permetterebbe nel giro di cinque o sei mesi di smuovere l'economia ingessata, perché gli investimenti dei Comuni sono in genere piccoli, ma molto numerosi, e si gestiscono facilmente in poco tempo.

Perché non si fa questo?
Tiro ad indovinare: perché, per rispettare il patto di stabilità imposto dalla UE, si dovrebbero ridurre le spese degli Enti di più alto livello: Regioni, Ministeri ed Enti Centrali che invece sono stati toccati poco o nulla nei loro bilanci.

Renzi è un ottimo fabulatore, meglio addirittura di Berlusconi, ma non mi sembra che abbia posto al centro della sua politica le cose che sono necessarie, ma quelle che piacciono al suo predecessore, oggi espulso dal Parlamento.


Vedi anche:

Anno IV n° 10 OTTOBRE 2008 
15/10/2008
Cosa ci sta succedendo?
La crisi finanziaria mondiale va da sola o fa parte di una crisi più ampia?
Esistono i “cicli economici”, noi in che punto siamo del ciclo dell’economia mondiale? 
di Giovanni Gelmini............  

Anno IV n° 11 NOVEMBRE 2008 
07/11/2008
Prosegue la "lezione di economia"
La crisi mondiale: cosa fare adesso? 
Quali possono essere le scelte e quali invece devono essere lasciate perdere? Quale innovazione serve? Quale il ruolo dello Stato?
di Giovanni Gelmini............  

Argomenti: #berlusconi , #crisi , #crisi economica , #governo , #investimenti , #letta , #monti , #politica , #renzi , #riforme

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