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l'Ultimo numero pubblicato è del 16/11/2008
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REGISTRATO PRESSO IL TRIBUNALE DI AREZZO IL 10/6/2005 N°9

Anno 4 n°41 del 16/11/2008 PRIMA PAGINA

Che fine farà lo sport di base?
L’insegnamento nella scuola è trascurato: siamo all’ultimo posto in Europa. Lo sport professionistico ha perso l’etica necessaria e condiziona quello dei dilettanti e dei giovani
Di Silvano Filippini

Sono assolutamente sconcertanti i dati che i media stanno diffondendo in questo periodo relativi agli italiani e lo sport. Risulta, infatti, che almeno 23 milioni di italiani sono del tutto sedentari. Eppure esistono quasi 100 mila punti in cui praticare sport lungo lo stivale! Anche la popolazione attiva non sempre si dedica allo sport in modo continuativo.
Se poi si va ad indagare nelle scuole, risulta che troppi istituti non dispongono di palestra, soprattutto al sud, e molti sfruttano spazi angusti o non regolamentari per svolgere le lezioni di educazione fisica e sportiva. Per non parlare dei “pallini” di alcuni colleghi che si dedicano quasi esclusivamente ad una sola disciplina sportiva, contravvenendo i principi fondamentali della polisportività scolastica, atta a far maturare corpo e mente in piena simbiosi.

E pensare che si è appena concluso il “Seminario Nazionale di educazione fisica” presso la fiera di Genova, durante il quale è stata esaminata la precaria situazione dell’educazione fisica in Italia, troppo eterogenea e legata più alle iniziative personali che ad uno standard imposto dal ministero competente.
Del resto in un periodo di “tagli” non ci si può aspettare nulla di buono in questo campo. Infatti già il CONI ha subito una drastica riduzione dei contributi (124 milioni in meno) da parte del Governo per il funzionamento dello sport agonistico italiano. Ciò nonostante, la stessa Unione Europea riconosce allo sport un forte impatto sociale ed economico. Soprattutto come tutela della salute!
Pensate che al momento attuale non è dato sapere se nelle scuole medie di secondo grado l’attività sportiva pomeridiana, che prepara anche ai giochi sportivi studenteschi, potrà essere praticata e debitamente compensata.

Durante il convegno si è pure discusso sull’educazione fisica che gli addetti ai lavori vorrebbero ed ancora una volta è emerso l’atavico problema dell’attività motoria nella scuola primaria, affidata a personale incompetente o reso tale dopo brevi corsi del tutto insufficienti per chi si rivolge ad una fascia d’età così delicata, ma fondamentale per l’acquisizione di un corretto stile di vita che veda nel movimento un indispensabile mezzo per il mantenimento della salute.
A tal proposito sono stati proposti dagli specialisti gli standard di apprendimento relativi all’intero ciclo scolastico : dai 3 ai 19 anni.

E’ stata anche proposta l’ormai indispensabile obbligatorietà dell’attività motoria nelle scuole primarie tramite l’utilizzazione dei laureati in scienze motorie: non più procrastinabile per poter tentare di abbandonare l’ultimo posto in Europa in questo settore della scuola.
D’altra parte uno Stato che taglia sull’attività motoria di base, finirà inesorabilmente per pagare di più tramite il sistema sanitario, per curare i malati che provengono in maggior percentuale dal gruppo dei sedentari.

Anche le società private che si occupano di settori giovanili spesso ricorrono al volontariato e non sempre possono garantire uno standard minimo di competenze.
< Infatti conoscenze e competenze vengono richieste quasi esclusivamente nello sport ad alto livello, al punto che, se i risultati non sono pari ai capitali impiegati per costruire la squadra, a farne le spese è sempre l’allenatore. Ma chi controlla l’operato dei soggetti a cui vengono affidati mini-atleti in balia di personale non qualificato, soprattutto sul piano psico-pedagogico? Nonostante le nefandezze a cui sono costretto ad assistere nelle palestre e nelle varie attività propedeutiche allo sport, difficilmente i responsabili delle società corrono ai ripari. Spesso se ne occupano soltanto quando vedono che i risultati sul campo latitano nel settore giovanile; magari spinti da genitori che si trovano sulla loro stessa lunghezza d’onda e che vorrebbero vedere i loro pargoli sempre vittoriosi, a qualunque costo.
Del resto non ho mai avuto notizia di presidenti che sospendono un istruttore vincente, nonostante manifesti comportamenti antipedagogici.

Purtroppo lo sport italiano subisce le trasformazioni sociali, economico-commerciali, geopolitiche che investono quello di vertice, perdendo così quell’etica indispensabile perché un’attività sportiva possa venire considerata tale.
Infatti lo sport professionistico, che condiziona fortemente quello di base, ha subito una involuzione legata soprattutto al fatto che troppe società continuano a comportarsi in modo scellerato: eccessi di stipendi (rispetto al ritorno economico), contributi non versati, sovrastima esagerata del capitale-giocatori per poter falsare i bilanci, atleti sconosciuti ceduti per false cifre spropositate, stipendi non versati per molti mesi, eccessivo attaccamento ai compensi televisivi. Per non dimenticare il doping, la violenza dentro e fuori gli stadi e il divismo che distrugge ogni etica morale.

Fatto sta che lo sport di vertice propone sempre più frequentemente società che, come meteore, scompaiono precipitosamente dopo aver conquistato i vertici dello sport nazionale, lasciando sul lastrico centinaia di atleti e tecnici che fanno dello sport la loro unica professione. Nonostante il recente miglioramento delle norme, risulta ancora difficile recuperare quanto dovuto.

D’altra parte anche la giustizia sportiva italiana risulta essere lo specchio di quella ordinaria, ormai allo sfacelo a causa della sua lentezza e della mancanza di una pena certa.
E’ sufficiente andare a leggere la recentissima sentenza rilasciata dalla Corte di Giustizia Federale in cui Luciano Moggi è stato prosciolto per il “caso Calciopoli” perché “dimessosi anteriormente all’inizio del procedimento a suo carico”. Ciò determina soltanto il fatto che non potrà più rientrare nel Calcio, perché, se lo facesse, il procedimento riprenderebbe senza prescrizione.

Insomma un bel pasticcio, anche perché in precedenza il Caf, la Corte Federale e il Tar del Lazio avevano concordato sulla radiazione del Moggi e su una punizione pecuniaria.
A questo punto non resta che modificare immediatamente il Codice di giustizia sportiva per evitare che in futuro i “non tesserati” possano farla franca.