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 Anno I n° 3 del 07/07/2005    -   TERZA PAGINA


Al Teatro Greco di Siracusa
Antigone in evidenza negli spettacoli di Giugno

Di Concetta Bonini


Si è conclusa giorno 26 giugno la stagione 2005 al Teatro Greco di Siracusa, dopo un intenso mese e mezzo di rappresentazioni di grande successo.
Gli spettacoli, curati dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico, anche quest’anno non hanno smentito il loro fascino immortale. Opere diverse, affidate alla lettura delle diverse traduzioni e alle più disparate sensibilità registiche, la riproposizione mai ripetitiva e mai scontata dei classici, sono le caratteristiche principali di questa tradizione che non accenna a spegnersi nel cuore greco dei siracusani e di tutti gli appassionati che affollano ogni giorno la platea rocciosa dell’antico teatro. Attraverso la scelta di soluzioni sempre innovative, i classici ritrovano ogni anno la loro attualità in una rinnovata potenza comunicativa e in una capacità di seduzione incredibilmente coinvolgente.
Le magnifiche rocce del teatro greco trasudano la magia di millenni di storia e cultura di questo mondo mai dimenticato e mai stanco di lasciar scorrere i suoi rivoli attraverso il tempo e di farceli assaporare ancora ed ancora, non per concederci una fuga nell’antichità ma per dimostrarci che possiamo cogliere ed imparare, tra le righe delle favolose tragedie di un passato remoto, la verità sull’uomo com’è stato e com’è.

Alessandro Haber nel ruolo di CreonteQuest’anno il fiore all’occhiello del cartellone è stata senza dubbio l’Antigone di Sofocle. Antigone ed Ismene, figlie dell’incestuosa unione di Edipo e Giocasta, sono rimaste solo dopo la guerra e la fuga da Tebe dell’esercito dei sette. Morti i genitori infatti, anche i fratelli Eteocle e Polinice erano morti l’uno per mano dell’altro e il nuovo re Creonte, fratello di Giocasta, ha concesso l’onore della morte al primo ma ha appena promulgato un editto che vieta ai cittadini di praticare i sacri riti della sepoltura sul corpo del traditore Polinice. Antigone, che aveva caro il fratello, cerca nella sorella la complicità nell’atto di seppellirlo, trasgredendo le leggi di Tebe ma obbedendo a quelle degli dei. La debole Ismene però non ha abbastanza personalità per assecondare la follia della sorella, la comprende ma non può aiutarla. Antigone è sola nella sua lotta per affermare la pace e l’amore contro l’odio insensato della guerra, è sola ad obbedire al sacro volere degli dei contro la presunzione degli uomini, è sola a sacrificare se stessa in nome della pietà per il corpo senza vita di un guerriero, di un uomo, di un fratello.
Creonte non ha pietà della nipote Antigone, nonché promessa sposa al figlio Emone, e predispone per lei non la condanna a morte ma piuttosto ad essere seppellita viva, regolarmente nutrita. Così Antigone patirebbe la condizione di essere morta per i vivi, ma viva per i morti, lontana dunque dagli uni e dagli altri, dal mondo che l’ha tradita e dalla morte che ama, che chiama, che onora. Creonte si spinge oltre i limiti umani, dà vita ad uno scontro violento con il cieco indovino Tiresia che gli preannuncia terribili punizioni se porterà le sue scelte alle estreme conseguenze.
Quando Creonte capisce che sta sbagliando è troppo tardi: Antigone si è impiccata e al suo corpo è avvinghiato Emone in lacrime che si uccide davanti al padre e determina, per il dolore, il suicidio della madre. Creonte non ha più nulla. Non Antigone ma lui stesso è stato il folle. La presunzione del tiranno ha sfidato le leggi eterne degli dei, ha sottovalutato la religiosità illuminata di un indovino, ha lottato contro l’amore di una sorella, di uno sposo, di una madre. E ha perso.
Si chiude così l’Antigone, ma ancor prima di entrare all’interno del teatro, sarebbe stato sufficiente dare un’occhiata al cast per rendersi conto che ci si sarebbe trovati di fronte ad uno spettacolo eccellente. E di certo il pubblico non è rimasto deluso.

La regia è stata affidata ad un personaggio di cui basta pronunciare il nome per riceverne una garanzia: Irene Papas. Colei che è stata definita una delle più grandi attrici della storia, colei che ha lasciato nel ricordo di tutti l’immagine immortale di Penelope, colei che ha impersonato non con meno bravura le grandi donne della tragedia greca, cominciando da Elettra, Elena, Clitennestra, Ecuba ed Antigone stessa, colei che incarna nell’immaginario collettivo l’essenza della Grecia Antica, quest’anno è arrivata a Siracusa per far rivivere Sofocle e per scuotere con un brivido chiunque si sia seduto su quei gradoni di pietra. Micol Pambieri e Galatea RanziCi ha messo dentro la sua anima greca, ci ha messo dentro la sua conoscenza dei classici, la sua esperienza in teatro ma soprattutto ci ha messo dentro una passione vibrante e sincera, umile ed autentica, e l’ha saputa trasmettere ai suoi attori che l’hanno poi trasmessa al pubblico.

La scenografia, contrariamente alla maggior parte di quelle create nel corso degli anni, è stata studiata nel modo più semplice, meno invasivo Galatea Ranzidella scena e più rispettoso della naturale architettura e della naturale bellezza del teatro: uno spazio circolare bianco, vuoto, circondato solo da una breve schiera di gradini sui quali sono stati posizionati dei totem anch’essi bianchi, gigantesche ricostruzioni delle statue votive dell’antichissima tradizione cicladica rappresentanti le divinità che accompagnavano i morti, qui silenziosi testimoni, solitari e complici, del destino di Antigone. La scena però non esclude lo spazio del pubblico, che spesso viene coinvolto ed integrato quasi fosse davvero composto da cittadini tebani che assistono alla triste sorte della figlia di re Edipo.

All’interno di questi spazi si sono mossi con impressionante bravura gli attori: per citare i principali, Micol Pambieri nel ruolo di Ismene, la giovane Galatea Ranzi che ha saputo capire ed entrare fino in fondo nel ruolo di Antigone, un eccellente Maurizio Donadoni nel ruolo di Tiresia e della guardia che tradisce Antigone, ed infine Alessandro Haber nell’articolato e difficile ruolo di Creonte. Proprio lui è stato molto discusso come attore in teatro per l’interpretazione molto personale che ha dato del suo personaggio così ricco di sfumature, ma è stato in verità sorprendente quanto gli altri. Il segreto lo ha dato la Papas: come ha detto lei stessa, gli Maurizio Donadoni nel ruolo di Tiresiaattori non hanno altro che le loro emozioni per esprimere il testo, devono farlo diventare verità ed emozione da trasmettere, e perciò non possono muoversi secondo i dettami di sofisticati intellettualismi teatrali.

Lo spettacolo deve essere lineare ma estremamente comunicativo e questo è stato possibile anche grazie alla traduzione dal greco di Maria Grazia Ciani, efficace per la sua limpidezza e la sua comprensibilità. Naturalmente non da meno è stato il contributo eccellente delle composizioni del premio Oscar Vangelis, musiche che quasi impercettibilmente si sono accompagnate alla recitazione, senza invaderla, senza disturbarla, ma piuttosto amplificandone la forza ed il pathos.
Il tutto per un vero e proprio capolavoro del teatro.

L’altra tragedia rappresentata al teatro greco è stata Sette contro Tebe di Eschilo, in sostanza la puntata precedente all’opera di Sofocle, con la regia di Jean Pierre Vincent, che però non ha avuto un successo simile a quello dell’Antigone e anzi talvolta ha visto il teatro semivuoto.
Infine al Teatro Greco di Palazzolo Acreide, dall’11 al 14 Maggio, è stato messo in scena U Ciclopu di Euripide nella versione tradotta e adattata di Luigi Pirandello con la regia di Vincenzo Pirrotta che ha interpretato anche il ruolo di Ulisse e al quale è andato il premio della critica.



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