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 Anno I n° 9 del 27/10/2005    -   LENTE DI INGRADIMENTO


Racconto universitario (quasi)
Non ho mai amato la scuola

Di Walter Dall'Olio


Non ho mai amato la scuola. Mi piaceva l’intervallo, l’ora di ginnastica, le pause al bar o sugli scalini, le infinite possibilità di conoscere delle ragazze, i giorni di autogestione, le gite e il tempo che passavo in classe facendo qualunque cosa che non fosse strettamente attinente alla lezione. Ma la scuola, intesa come istituzione e come obbligo di studio, non riuscivo proprio a sopportarla. Eppure, nonostante questa repulsione, appena terminate le superiori decisi di iscrivermi all’università.

Forse perché tutti i miei compagni avevano fatto altrettanto, forse perché mi rendevo conto che altrimenti non avrei saputo come passare il tempo o forse perché nella mia testa c’era un barlume di intelligenza che mi illuminava quella che sarebbe stata la strada migliore….ma dubito. Resta il fatto che decisi di iscrivermi, scontrandomi immediatamente con una realtà che diceva che la mia vita da quel momento non sarebbe più stata nelle Cayman Island dell’istruzione, ma al massimo, con un po’ di fortuna, in un piccolo San Vittore travestito da università..
Per iscriversi bisognava fare coda, per scegliere i corsi bisognava fare coda, per avere la lista dei libri bisognava fare coda, per mangiare qualcosa al bar bisognava fare coda e anche il bagno risultava un miraggio difficilmente raggiungibile da asciutti.

Le difficoltà crescevano giorno dopo giorno, ed all’inizio delle lezioni mancavano ancora una trentina di giorni. Tutto lasciava pensare che la vita universitaria sarebbe stata per me un’atroce sofferenza, la giusta e dosata unione fra un muro dietro un tornante ed un preservativo bucato. Cupamente mi rassegnai e decisi di attendere la mia ora, e fu con somma tristezza che in un giorno di ottobre del 1991 mi presentai al Palazzo del Lavoro di Torino per presenziare alla mia prima lezione universitaria. Lo scenario che mi apparve agli occhi era ancora più apocalittico del previsto: migliaia di persone che dovevano entrare da un’unica porta di 80 centimetri, un po’ come usare un’anguria per supposta, e all’interno quattro aule che contenevano a mala pena la metà dei presenti. Quattro bagni, tre bidelli ed una situazione di caos paragonabile solo ad una gita a Montecitorio.

Col passare dei giorni le cose fortunatamente migliorarono, si aprirono più porte, diminuirono gli alunni e si fecero largo alcune possibilità di svago difficilmente immaginabili precedentemente. Vi erano infatti numerosi problemi che aspettavano solo che qualcuno li risolvesse, ed io mi sentivo perfetto per affrontare quello dei posti a sedere.
Per un aula di mille alunni, quattrocento posti erano effettivamente un po’ pochi, e l’unica possibilità che si aveva per non stare in piedi per cinque ore consecutive, era quella di essere uno dei primi quattrocento ad arrivare. Cosa non difficile, a patto di sacrificare un po’ di sonno, ma che col passare dei giorni diventava sempre più faticosa.
Fu così che venne l’idea, neanche troppo originale, di creare un comitato di persone che si “associava” per occupare le prime file, mandando in spedizione notturna cinque persone che da sole riuscissero a prendere possesso di un centinaio di posti, evitando così una sveglia anticipata agli altri novantacinque e riducendo la propria ad una ogni quattro settimane.
Fu così che la mia vita universitaria cambiò di colpo. Barattavo le nottate per appunti, per aiuti e per suggerimenti vari, e la mia carriera fece improvvisamente un salto di qualche ora sul meridiano di Greenwich.

La sera uscivo normalmente con gli amici, ma invece di tornare a casa insieme a loro andavo direttamente all’università, dove, insieme a quattro compagni, passavo la notte a giocare, bere, divertirmi ed anche a tenere occupati quei famosi cento posti. Quando arrivavano le otto poi me ne andavo a dormire, pronto ad affrontare un pomeriggio di nullafacenza ed una nuova nottata all’insegna dell’istruzione.
In poche settimane la voce si sparse ed altre quattro persone decisero di intraprendere una carriera simile alla mia. Dopo un mese eravamo “quelli della notte”, e tutti gli appartenenti al G.D.C. (originalissimo nome del Gruppo Dei Cento) ci adoravano e rispettavano, ricambiando il nostro favore con aiuti e regalie varie.
Il mio sogno era ormai stato raggiunto. Ero popolare, ben voluto, mi divertivo un casino e, soprattutto, non avevo niente a che fare con la vita universitaria. Avrei dovuto solo studiare per gli esami, ma non era una cosa che ancora mi preoccupava.

E visto che era un sogno, il risveglio giunse abbastanza improvviso.

Una ditta, non so perché, si dimostrò disponibile ad assumermi offrendomi più soldi di quelli che potevo immaginare, e i miei genitori, vista la mia vita vagamente dissoluta, si dimostrarono velatamente orientati verso questa soluzione.
La decisione fu presa in pochi giorni e l’addio alla mia sfavillante carriera universitaria sarebbe arrivato in meno di una settimana.
Decisi quindi che l’eccezionale evento meritava una celebrazione degna di nota, e fu così che decisi di andare a seguire una lezione di matematica nel mio ultimo venerdì di università.

La lezione era tenuta dall’assistente, una donna sulla trentina particolarmente odiata da tutti gli alunni, e sarebbe dovuta durare tre ore. La signorina non era particolarmente attenta a ciò che normalmente succedeva ai suoi piedi durante la lezione, forse perché si beava della sua voce cloroformica o forse perché aveva una diottria e mezza, e ciò facilitò parecchio il mio compito. Con l’aiuto di qualche volontario costruii e distribuii qualche centinaio di aeroplanini di carta e ne feci uno di proporzioni Galeazziane per me. Poco prima dello scadere dell’ora mi alzai in piedi, alle spalle della professoressa, sollevai il Boeing e lo lanciai contro di lei soffiando violentemente in un fischietto. La donna fu colpita alla schiena dal mio capolavoro e girandosi vide quattrocento piccoli aeroplani che svolazzavano allegramente nell’aula.

Il trionfo fu immenso, così come la rabbia con la quale mi cacciò urlandomi “Se ne vada e non si faccia vedere mai più. Lei non combinerà mai niente di buono nella sua vita”.
Aveva ragione.



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