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 Anno II n° 7 del 13/04/2006    -   TERZA PAGINA


Visto per voi
Tra sogno e realtà: vite di uomini comuni e comuni disperazioni
UNA CANZONE PER BOBBY LONG E CINDERELLA MAN
Di Daniela Losini


UNA CANZONE PER BOBBY LONG di Shainee Gabel con John Travolta, Scarlett Johansonn, Gabriel Macht.

Per meglio inserirsi nelle atmosfere evocate da questo lungometraggio, ci vorrebbe una musica di sottofondo. Non una musica qualsiasi ma una melodia triste, poetica e suggestiva.
Pursy - interpretata dalla Johansonn - è una giovane e selvaggia ragazza abituata a fare di testa propria. La madre, cantante famosa nei locali di New Orleans e che non vede da anni, muore lasciandole in eredità la sua vecchia casa in Louisiana, abitata da due stravaganti individui. Bobby, John Travolta, un professore di letteratura e il suo assistente biografo, Lawson interpretato da Gabriel Macht. All'inizio la convivenza sarà impossibile, irta di durezze reciproche e incomprensioni ma complice la poesia del luogo e i ricordi cha lentamente si sbrogliano ammorbidendo i cuori, i protagonisti legheranno tra loro costruendo un irrinunciabile surrogato di famiglia. Sullo sfondo incantevole di New Orleans (l’uragano Katrina era un incubo lontano) si muovono gli attori, dai protagonisti ai comprimari, tutti con un loro tangibile spessore. Possiedono facce centrate, che arrivano dirette all'obiettivo: quello di essere ricordate, distinte. Persino il cerotto strambo sui piedi dell'attore principale sembra raccontare una storia, arricchendo la trama.
Su tutti svetta irraggiungibile, Travolta. Al di là del personaggio che interpreta - un eroe tragico e perduto tra i fantasmi dei libri che ama e che hanno sostituito un'insopportabile, dolorosa realtà - dona un personale tocco lirico e magistrale profondendo al carattere ulteriore profondità.
La Johansonn e Macht apportano il loro decisivo contributo alla riuscita del film. Una menzione speciale va a quest'ultimo attore - ha lavorato con Hackman in Behind the Enemy Lines - quasi sconosciuto da noi, dallo sguardo languido e comunicativo.
Un film da vedere per emozionarsi: questa è la storia di un uomo che sognò di diventare una canzone, un poema, una frase da decantare. Questo è un film che fa del folcklore poesia, della poesia, bellezza fotografica e della bellezza, musica. Maledettamente blues.


CINDERELLA MAN di Ron Howard con Russell Crowe, Renée Zellweger, Paul Giamatti.

Guantoni, emozione, sofferenza e il ko definitivo della dignità contro la disperazione: la vera storia di James J. Braddock pugile irlandese candidato al titolo dei pesi massimi che conobbe il tramonto della professione e della vita agiata attraversando l'infausto periodo della grande depressione americana. Il crollo di Wall Street del 1929 spedì a spasso quindici milioni di lavoratori e cacciò a tappeto una nazione intera.
Il Bulldog di Bergen non si perse d'animo - tre figli da sfamare e proteggere - accettando qualunque lavoro e qualche incontro ai limiti della legalità, combattendo con la sola forza della sopravvivenza a ogni costo, fratturandosi una mano ma non l'orgoglio. Poi la revoca della licenza, il sussidio sociale e quasi per caso una seconda occasione.
Il resto è storia. Vincerà il titolo mondiale e diverrà il punto di riferimento dei calpestati che non si arrendono mai. L'argomento, i temi s'annunciavano pronti a far tintinnare il campanello della retorica ma il tono della sceneggiatura e della regia sono misurati nei passaggi più rischiosi (quando è costretto a chiedere un prestito agli amici di un tempo, quando suo malgrado diventa un simbolo di rinascita) e opportunamente vorticosa durante gli incontri sul ring. Coinvolge, avvolge. Convince. La faccia, il corpo di Russel Crowe sono pura creta attoriale e amalgamati alla bravura dei comprimari, l'ottimo Giamatti su tutti (il manager), il mastodontico Craig Bierko (Max Baer) e sì, anche lei, la sempiterna Bridget Jones-Zellweger (la moglie Mae) contribuiscono a rendere l'impasto appetibile, saziando l'occhio e il cuore.



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