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 Anno II n° 9 del 11/05/2006    -   PRIMA PAGINA



Il calcio perverso

Di Paolo Russu


L’Italia è una grossa pentola a forma di stivale, che dal 1992 viene scoperchiata con regolarità ogni volta che il vapore supera limiti di tolleranza.

Nel caso dell’affaire Moggi-Pairetto il fumo aveva invaso tutte le stanze possibili, da quelle della FIGC, ai bei salotti delle sedi dei procuratori, fino alle camere degli arbitri. Cosa bolliva dentro? Pietanze esotiche dal sapore sopraffino e sconosciuto ai più? Niente affatto, anzi, niente di più del classico minestrone all’italiana, dove tutti gli ingredienti ben mescolati concorrono in egual misura alla definizione del gusto.
Il risultato è questa volta amaro, e già assaporato in anni che sembravano ormai distanti, legati a torbide combine, calcio-scommesse e inchieste doping che inchiodavano impietosamente atleti più o meno rinomati nel mondo del pallone.

Luciano Moggi, la triade, la Juventus, lo stile: una serie vincente, da leggere da sinistra verso destra o viceversa, a seconda delle diverse inclinazioni nell’attribuzione del merito ai dirigenti o alla tradizione calcistica.
L’abilità manageriale del più importante direttore sportivo d’Italia è risaputa, e tra ghigni e battute più o meno cattive, Luciano Moggi si è guadagnato negli anni la fama del “migliore” nel suo ambito. Ne ha goduto la Juventus, ne hanno goduto i giocatori che da lui (e da suo figlio Alessandro, leggasi GEA) sono transitati per accasarsi in squadre più o meno importanti, Juventus compresa. La realtà calcistica si è così saturata, l’aria è diventata pesante, e la sudditanza psicologica presente nei vari settori del “pallone” non basta più a spiegare atteggiamenti in campo, e fuori, fin troppo accondiscendenti con la corrente “moggiana”.

È certamente surreale ribaltare in toto assetti che negli ultimi anni si sono dimostrati vincenti e di prestigio, ma quanto può rimanere intaccato un merito adombrato dal sospetto di manipolazione arbitrale da parte di uno dei suoi massimi dirigenti? Come può considerarsi regolare la direzione di gare calcistiche affidate in mani considerate salde e rivelatesi, invece, troppo mutevoli a seconda dello squillo telefonico di turno?
Certo è che nessuno fa niente da solo, e quindi nella spartizione di responsabilità sono tirati per la “giacchetta nera” designatori e direttori di gara, che in modo più o meno vistoso avrebbero contribuito all’assestarsi di una forma di potere sotterraneo, tanto impalpabile quanto presente e costante.

In tutto questo, nell’attesa di conoscere responsabilità precise ancora da accertare (parliamo per ora di procedimenti in atto e intercettazioni da sottoporre al vaglio dei giudici) ci si avvicina ai mondiali. Con che spirito? Di rivincita, verso una forma di calcio più pura ed extra-nazionale, slegata (come accade in Champions League) da logiche di potere e da pressioni territoriali. La speranza è quella di poter riformulare una nuova serie vincente nitida e pulita, che comprenda tutti gli ingredienti per fare grandi squadre e cicli vincenti. Gli esempi sono tanti, ma Bearzot, l’Italia, Paolo Rossi e…lo stile dovrebbe accontentare tutti.



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