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 Anno II n° 19 DICEMBRE 2006    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi



Quando incomincia il Natale?
Fare la lista dei regali è già una festa, piace più festeggiarlo o attenderlo?
Di Serena Bertogliatti


L’automobile scorre sulla provinciale lungo il tragitto di un ritorno a casa. Fa freddo, ovviamente fa freddo, ma quanto freddo fa? L’inverno è già arrivato?
L’automobile passa davanti a un negozio, non c’è il tempo di capire di quale esatto genere di negozio si tratti, ma si può leggere chiaramente:

Buone feste!


Buone feste? Che giorno è oggi?
19 novembre.
Buone feste? Ma manca più di un mese a Natale!

È una storia vecchia, benché ogni persona dalla ragguardevole età possa lamentarsi del fatto che ai suoi tempi, era diverso.
Esistono due date a cui riferirsi per quanto concerne il Natale: la prima è quella famosa, definita, che cade il 25 dicembre di ogni anno; ne esiste poi una seconda, per così dire elastica, che cade in uno spazio variabile, ma molto ampio, precedente al Natale stesso. Questa seconda data inizia solitamente quando ci si sente chiedere:
«… E tu cosa gli regali per Natale?»
Comincia qui il deliziato e tormentato diritto-dovere di molte persone.
Si tratta di un processo che concerne perlopiù un atto fisico, ossia il recarsi in uno o più negozi per comprare oggetti più o meno inutili con carte da regalo e fiocchetti in aggiunta, ma che si svolge per la maggior parte del tempo in una dimensione astratta, un realtà parallela e costante cosparsa di interrogativi.
«Cosa regalo a mia madre?»
«Cosa regaliamo a Laura?»
«E al mio ragazzo, cosa regalo?»
Se questo processo avesse un collegamento logico a unire pensiero e azione, non ci troveremmo il 24 dicembre con i negozi intasati di frenetiche persone. Hanno avuto un mese, ci si dice, per decidere quali regali comprare!
Ma non è alla logica che dobbiamo appellarci. Non sono la logica, la premeditazione e la lungimiranza che spingono le persone a interrogarsi, addirittura trovarsi, per discutere dei doni.
Deve essere un altro, il motivo, e dev’essere questo così importante da mettere in secondo piano i regali stessi.

Ci sono state, e ci sono, critiche al Natale. Viene detto che non ha ormai più nulla della sacralità della festività. Si ammette, senza remore, che lo si festeggia per abitudine, senza che questo debba significare che sia necessario credere in qualche religione. È parte della nostra cultura. È un fenomeno consumistico, e accettato come tale.

Eppure, là dove questa festa è la Domenica, il Sabato del villaggio si prolunga inverosimilmente.
È l’attesa stessa a innescare il meccanismo. Ci si ritrova ad attendere di poter attendere il Natale. Pippi Calzelunghe è stata simbolo di generosità poiché al proprio compleanno elargiva regali anziché riceverne, per la gioia pura del poter donare. Siamo tutti novelli Pippi Calzelunghe? La maggior parte dei regali di Natale sono inutilità, pensierini da parte di chi fa parte della cerchia delle nostre conoscenze.
Siamo una generazione di attori naturali, ma estremamente specializzati: sappiamo ricreare alla perfezione l’espressione che dovrebbe avere una persona esaltata dal dono appena ricevuto, arte recitativa che dobbiamo mostrare ogni qualvolta ci poniamo sotto al metaforico albero ad aprire pacchetti.

C’è poi il pranzo di Natale, e una cucina che si trasforma nell’arco di una giornata a uno scenario di guerra devastato. Pile e pile di piatti da lavare, pentole incrostrate da cibi sperimentali, tovaglie da pulire su cui indelebili macchie di vino minacciano l’eternità.
Ci sono i parenti, durante la festività invernale, parola che in questo periodo viene pronunciata con un sospiro impotente.

Eppure, attendiamo con impazienza che questa data giunga.
Addobbiamo l’albero, intessiamo ghirlande e compiliamo lunghe e scarabocchiate liste di persone e ipotetici regali.
E ci piace.
Godiamo di un giorno che è ancora ben lontano, e che non ci goderemo – troppo oberati dall’ingrato compito di dover elargire falsi sorrisi, sopportare i parenti, intasare la lavastoviglie. Godiamo del futuro, virtualmente, prospettandocelo speciale.
È un giorno di festa, dopotutto, deve essere speciale. Perché lo sia proviamo ogni anno ad adottare gli stessi rituali, la stessa formula magica nella speranza superstiziosa che il futuro, colmato da preparatori gesti, possa essere migliore di oggi.
Non vogliamo il futuro, terra di ideali.
Lo vogliamo vivere, rifuggendo dal presente.
Domani sarà un giorno migliore.
Nota a margine: domani è un’astrazione.



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