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 Anno III n° 10 OTTOBRE 2007    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi


Un discorso importante
Un Ebreo a Berlino

Di Marina Minasola


Essere uno scrittore israeliano che apre il festival della letteratura di Berlino è per me un grande onore. (…) non posso che cominciare il mio discorso con queste parole, che si scompongono dentro di me attraverso le lame affilate del tempo e della memoria.” Queste le parole di apertura del discorso di David Grossman, un discorso che tutti dovrebbero leggere. Se è inusuale che un ebreo vada a Berlino lo è ancor più che parli per primo in un evento tanto importante. David Grossman deve questo onore al suo capolavoro “Vedi alla voce: amore” , opera sperimentale che sfrutta un’espressione innovativa in quella che è stata definita una “architettura stilistica complessa” e che racconta la Shoah vista con gli occhi di un bambino della generazione seguente a quella dei “sopravvissuti”, stessa generazione dell’autore.

Uno dei primi concetti espressi nel discorso, che non può che definirsi anch’esso una stupenda opera letteraria meditata ma proveniente dal cuore, è la differenza tra “laggiù” e “allora”. Nelle famiglie ebree, sia nella sua che in quella del piccolo protagonista del suo romanzo, si faceva fatica a dire “Shoah”, i bambini non dovevano sapere, e si parlava quindi di “ciò che è successo laggiù”. I non ebrei invece parlano di “ciò che è accaduto allora”. Sono entrambi avverbi, ma mentre uno indica un tempo passato e concluso l’altro indica un posto dove forse ciò che è successo potrebbe succedere ancora.

Nel quartiere in cui abitavo c' era gente che ogni notte aveva incubi, urlava. Più di una volta, quando entravamo in una stanza in cui degli adulti raccontavano episodi della guerra, la conversazione si interrompeva. Quando avevo sette anni si è tenuto a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann e allora abbiamo cominciato ad ascoltare le descrizioni delle atrocità anche durante la cena. La mia generazione ha perso l'appetito, e non solo per il cibo. ... Forse era la perdita dell'illusione che i nostri genitori potessero proteggerci da ciò che ci faceva paura..

David Grossman prosegue spiegandoci perché ha deciso di diventare scrittore: “non sarei stato in grado di comprendere la mia esistenza in Israele come uomo, padre, scrittore, israeliano, ebreo, fintanto che non avessi scritto della vita che non avevo vissuto laggiù, durante la Shoah, e cosa mi sarebbe successo se fossi stato una vittima, o uno degli assassini. Perché volevo sapere entrambe le cose. (...) Volevo sapere cosa avrei fatto per contrastare questo tentativo di annientamento. Quale scintilla di umanità mi sarebbe rimasta dentro in una realtà il cui unico obiettivo era spegnerla.

Ed ecco quindi la domanda che lo scrittore si è posto, domanda che non riguarda soltanto la “Shoah” ma tutta la natura umana e quindi tutti i tempi e tutti i luoghi, forse oggi più che mai: come fa una persona normale ad entrare in un meccanismo di distruzione di massa? Come può uccidere un essere umano o volere lo sterminio di un popolo o accettarlo in silenzio? E ancora, siamo sicuri di non star collaborando anche noi consapevolmente o no al danneggiamento di altri esseri umani?

Riferendo la celebre frase di Stalin “La morte di un uomo è una tragedia, ma quella di milioni è statistica” Grossman si chiede cosa può trasformare la tragedia in statistica. La chiave di tutto è l’indifferenza: “Riusciamo, nella nostra coscienza e a livello emotivo, a ignorare il nesso causale che esiste fra la prosperità economica delle nazioni occidentali e la povertà altrui; tra il nostro benessere e le vergognose condizioni di lavoro di altra gente; tra la qualità della nostra vita, i nostri condizionatori d' aria e le nostre automobili, e le sciagure ecologiche che si abbattono su altri.”

Entrando a far parte di una massa indistinta rischiamo a non assumerci alcuna responsabilità personale, ma quello che dobbiamo chiederci tutti noi uomini moderni al fine di rispondere alla domanda iniziale è questa: “in quale situazione, in quale momento, io divento "massa"?” La risposta che dà Grossmann è: “nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico, e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri.”

Per spiegare meglio il concetto riporta il cosiddetto “mito di Shulz”, un grande scrittore ebreo polacco che un aneddotto, o forse una verità, vuole essere stato ucciso da un avversario politico di un ufficiale delle SS per il quale era stato costretto a dipingere un affresco: “Ho ucciso il tuo ebreo”, pare abbia detto l’assassino all’ufficiale rivale. “Benissimo, e ora io ucciderò il tuo” sarebbe stata la risposta. Questo è ciò che Grossmann definisce come “Una spiegazione disumana, "di massa". Come se gli esseri umani fossero pedine di scambio, o rotelle di un meccanismo, o accessori che si possono sostituire con altri, o soltanto parte di una statistica.”.

Ed ecco che anche se forse non viviamo in una società crudele come quella nazista viviamo comunque in una “Società di massa”, una società appunto di “mass media”, in una “realtà sempre più dominata dall'aggressività, dall'estraneità, dall' incitamento all'odio e alla paura; dove il fanatismo e il fondamentalismo sembrano farsi più forti ogni giorno mentre altre forze perdono la speranza di un cambiamento.”.

Ma ci rendiamo conto del vero significato di “mass media”? “Ci rendiamo conto che gran parte di essi non solo convogliano un tipo di comunicazione destinata alle masse ma trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trattando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un'atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce, rendendo kitsch tutto ciò che toccano: le guerre, la morte, l'amore, l'intimità.”.

Mettendo in primo piano il singolo i mass media fanno anche del singolo “massa”, perché mettono in primo piano solo lui con i suoi bisogni e le sue passioni, liberandolo dalla responsabilità verso gli altri e rendendolo facilmente manipolabile da chi controlla i mezzi di comunicazione stessi: “È questo il messaggio dei mass media: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni a essere significative e importanti ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo zapping.”.

Cosa ci può salvare? Per Grossman la salvezza è la letteratura: “Io so che quando leggo un buon libro qualcosa dentro di me si chiarisce. La mia percezione di essere una creatura particolare si fa più netta. (…) Un buon libro, e non ce ne sono molti perché la letteratura, naturalmente, è sensibile alle lusinghe e ai trabocchetti della comunicazione di massa, fa sì che il lettore si distingua dalla massa.” “E anche se migliaia di altre persone leggono lo stesso libro nel momento in cui lo sto leggendo io, ognuna lo vive in modo diverso.”

Il suo romanzo voleva raccontare che “chi annienta un uomo, qualunque uomo, a conti fatti distrugge un'opera geniale, unica nel suo genere, specifica e infinita che non si potrà mai più ricreare, né mai ve ne sarà una simile.” E adesso anche nell’ultima opera una frase importante viene fatta pronunciare alla protagonista: “Migliaia di attimi e di ore e di giorni, milioni di azioni, un'infinità di gesti, di tentativi, di errori, di parole e di pensieri. Tutto per creare un unico essere umano. Un essere umano che è così facile distruggere.”.

Così termina il discorso. Mi auguro che da adesso in poi in sempre più cominceremo ad uscire dalla massa, per diventare individui, opere uniche e geniali.



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