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Storia di una particella qualsiasi


Di Cetty Ramondino

Sono in ginocchio, davanti a me una mannaia.

Ho piedi e mani legati, ma vedo tutto, il boia non mi ha bendato gli occhi. Mi guardo e faccio fatica a capire, come mai sono arrivata qui e perché?
Non c’è nessuno intorno, solo il boia ed io; lui finge di non guardarmi, ma so che sta ghignando, e non capisco come possa essere accaduto, forse è un sogno e mi sveglierò, ma intanto sto tremando.

Chi sono, o cosa sono?
Non lo so, ho la sensazione d’aver pensato che durante la mia esistenza lo avrei capito, ma ora mi chiedo: “Se non sono riuscita fino adesso, non lo saprò mai, e comunque mi pare che non valga più la pena”.

Il boia ogni tanto si volge verso di me, so che aspetta con sadica gioia la soddisfazione di abbattere la sua scure scintillante sul mio capo; vedo a tratti in lui una sorta d’impazienza; intorno a noi il cielo è azzurro, ma il gelo compatta il sangue nelle vene; non so a questo punto perché tremo: sarà il freddo o la paura…sicuramente entrambi.

Mi accorgo per caso di un oggetto, un lieve ticchettìo mi ha distratta dall’agghiacciante silenzio: una clessidra! Sembra immobile la sabbia che è dentro, ma guardando fissamente scorgo un lento, inesorabile scivolìo di granellini.

Mi volgo al boia e gli chiedo: “Cos’è quel tempo che scorre, e perché, per chi?” ma le mie labbra non hanno pronunciato alcun suono, è soltanto dentro me che sento le parole.
Lui continua a ghignare, ma forse è solo la mia immaginazione; sì adesso sta muovendo le labbra, mi dice: “Non è altro che il tempo, il tuo tempo”.
Lo supplico allora di scuotere la clessidra, perché passi più in fretta questo mio tempo; all’improvviso credo d’intravedere la soluzione al problema; all’improvviso so cosa devo fare: non tremo più e aspetto.

L’attesa è lunga, snervante, non capisco, quanto potrà durare?
Lo chiedo a lui, ma ancora il mio tentativo di farmi udire è vano, però lui risponde ugualmente, almeno io lo sento: “Il tempo è relativo, nemmeno a me è dato di saperlo, quello è il tuo tempo e non puoi cambiarlo, devi pazientare, anch’io cerco di farlo”.
Forse, penso, se mi distraggo posso soffrire meno l’attesa; ancora silenzio e solitudine, ma ho le membra stanche, credo mi resti ben poco, mi chiedo perché mi siano stati lasciati gli occhi scoperti, certo è perché possa rendermi conto di ciò che mi spetta.

Tic tac tic tac, la sabbia è ferma…eppure scorre, scorre impietosa; mi guardo intorno, un nugolo di formiche che prima non c’era…mio Dio, sembrano velocissime!

Mi chiedo come possano correre tanto, da dove giungono e dove vanno? Forse verso la libertà, forse nel buco fetido dal quale escono si sentivano prigioniere…e adesso?

Non sarà forse piede d’uomo a schiacciarle inesorabilmente?
Ma forse è meglio così, meglio morire così, velocemente, che restare prigioniere in quell’orrido buco, strette fra di loro in una morsa lenta di dolore…ed io?
Perché non mi alzo e le raggiungo, sono scomparse alla mia vista…forse sono morte, beate loro…o forse, chissà avranno trovato la vita…ed io?

Ho le ginocchia impietosamente doloranti, non riesco a spingermi più in là di un solo millimetro…come vorrei poggiare il mio capo su quella pietra che lo aspetta per poter fare scendere la scure ansiosa.

Ho deciso: se non posso muovermi, mi lascerò andare.
Un ultimo sguardo intorno, nulla e nessuno, tranne me ed il boia che sembra intento a spiare un indistinto pensiero; è immobile, ma io credo che sia solo più saggio di me, sa attendere lui! Seguirò il suo esempio, chiuderò gli occhi e cercherò di non pensare.

La mente s’è chiusa e solo un lieve battito in petto denuncia la vita…ancora per poco, ne sono sicura.
Mi dondolo lentamente, ma in realtà il mio corpo è attaccato saldamente alla terra; non un alito di vento, solo un tepore che arriva dal Sole, sta scaldando la Terra, e le pietre sembrano acquistare vita, sì, mi sembra d’intuire in esse un raggio di vita, come se stessero prendendo la mia, granello dopo granello.

Riapro gli occhi, sono sempre immobile, so che parlare, pensare, agire, non serve a nulla, sono condannata. La clessidra del mio tempo luccica sotto il sole, quel sole che mi dava la vita ed ora se la sta riprendendo.

Silenzio, silenzio intorno a me, tutto è attonito, ho la sensazione d’essere una di quelle pietre, magari quella sulla quale si abbatterà il mio capo. Il mondo, le creature, il movimento…cosa sono?
Sono forse il sogno della natura intorno, illusa di poter comunicare vita, e disillusa da qualcosa d’imponderabile, infinito e forse anche impietoso?

Forse io non sono mai esistita, certo, cosa sono, chi sono, sono un atomo imprescindibile dal resto, da ciò che mi circonda in questo momento, e come può un atomo soffrire così?

E cos’è la sofferenza?
No, no, no, io non soffro, sono una particella della natura che viene scaldata dal sole e poi bagnata dalla pioggia e poi mossa dal vento; sono una spiga senza frutto; un fiore senza petali; un raggio che ha perso la luce; una goccia d’acqua perduta nel tentativo d’irrigare l’arida terra; sono il vento che si beffa del piccolo stelo; sono il cielo che immoto regna sopra questo campo; sono la pietra che scotta e aspetta; sono…sono la scure lucente che si abbatte…apro gli occhi un attimo, solo un attimo, non ho paura…mentre la scure scende, intravedo la clessidra vuota…il mio tempo è scaduto; lascio che la pietra prima, la terra poi, accolgano il mio ultimo pensiero: “Finalmente…finisce!”

Argomenti:   #racconto



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