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 Anno IV n° 9 SETTEMBRE 2008    -   TERZA PAGINA


Considerazioni
RITORNO A NARNIA
L’uscita del film stimola una serie di considerazioni sul significato dell’opera di Clive Staples Lewis
Di Giacomo Nigro



Un vento tempestoso, nella metropolitana di Londra in guerra, riportò i fratelli Pevensie nell’agognata Narnia. Vi mancavano da pochi mesi, ma nel loro regno erano trascorsi 1.300 anni e loro erano, oramai, antichi sovrani nella millenaria storia di Narnia.

Il ritorno a Narnia è arrivato con questo spettacolare incipit. Il film “Cronache di Narnia – Il principe Caspian” è nelle sale cinematografiche italiane, incredibile a dirsi, dalla vigilia di ferragosto. Una volta sarebbe stato un film di Natale, ma i centri commerciali e le major ci hanno cambiato anche queste abitudini. Si tratta del secondo film tratto dalle opere di Clive Staples Lewis cattolicissimo irlandese che scrisse, la saga de “Le cronache di Narnia”, negli anni cinquanta del secolo scorso, con passione e impegno cristiano.

Egli piegò la fantasia allo stupore del reale ed utilizzò simboli per trasporre l’essenza della realtà e spiegarla ai piccoli ed avidi lettori del genere fantasy. Non occorre essere esegeti per comprendere come la saga sia una trasposizione completa della spiritualità cristiana, così che, ad esempio, il leone Aslan è chiaramente la controfigura di Gesù Cristo leone di Giuda.

Lewis era, insomma convinto che il mito non fosse solo un mezzo artistico, ma che esso fosse in grado di rivelare nuove dimensione della realtà che altrimenti rimarrebbero inaccessibili alla ragione. L'origine del mito era per Lewis nella dimensione sacra della realtà e i miti sono spontanee istintive testimonianze del sacro, che egli come cristiano identificava con Dio.

La saga è intrisa dall’eterna lotta fra il bene e il male, che domina quel mondo fantastico a cui i protagonisti accedono dalle porte più impensabili, Lucy la più piccola, la più innocente è portatrice di un rapporto speciale con Aslan, con la divinità cristiana, cioè, che privilegia i semplici e i puri di cuore. Così che, per restare solo ai romanzi trasposti in film, nel primo episodio trasportò se stessa prima e, successivamente tutti i suoi fratelli, nell’aldilà di Narnia passando da un vecchio armadio, pieno di pellicce. Nel secondo è il corno con la “bocca” di leone suonato dal principe Caspian che li richiama tutti a Narnia ben 1.300 anni dopo la prima volta. Tanti secoli per la storia di Narnia, pochi mesi per la mortale storia dei Pevensie.

Non resteranno a Narnia Peter, Susan, Edmund e Lucy, il loro ritorno a casa è la presa di coscienza di quanto hanno appreso sul libero arbitrio tendente al bene e contro il male. Essi devono ricordare quello che è avvenuto in una frazione di tempo, piccolissima sulla terra, lunga e battagliera nell’aldilà di Narnia. Due volte sono stati a Narnia vivendone gli avventurosi eventi e due volte tornano indietro, un po’ a malincuore, alla loro vita di tutti i giorni che è avvolta dalla seconda guerra mondiale.

Tornando alla realtà i fratelli Pevensie ritrovano la guerra, e noi? Quando ci capita di voler fuggire la realtà che ci attanaglia quali miti abbiamo che ci aiutino a comprenderne il senso? E’ noto che le religioni tradizionali sono in crisi e che questo turba le aspettative di spiritualità che comunque fanno parte della nostra natura umana. Avremmo bisogno dell’innocenza di Lucy per riuscire a trarre “dal mito cristiano” quella consolazione dagli affanni della vita di cui necessitiamo sempre di più a causa del nostro correre senza soste.

C.S. Lewis nacque a Belfast nel 1898 di laureò ad Oxford in lingua e letteratura inglese e sempre ad Oxford insegnò parecchi anni intrattenendo rapporti d’amicizia con J.R. Tolkien il famoso autore del ciclo fantastico de “Il Signore degli Anelli”. Trasferitosi a Cambridge, Lewis scrisse numerose opere d’argomento religioso e letterario, riuscì ad essere molto popolare con l’opera “Le lettere di Berlicche” e infine pubblicò, unica opera per l’infanzia, il ciclo de “Le cronache di Narnia” composto da ben sette libri. Con quest’opera egli intendeva proporre la sua visione della letteratura per l’infanzia.

E’ Lewis stesso a raccontarci la sua concezione del genere fiabesco: L’associazione della fiaba e del fantastico con l’infanzia è, nel complesso, un pregiudizio (…) secondo Tolkien il fascino della fiaba risiede nel fatto che in essa l’uomo esercita pienamente la sua facoltà di “subcreatore” (…) secondo Jung la fiaba libera gli archetipi che dimorano nell’inconscio collettivo e quando ne leggiamo una particolarmente bella obbediamo al precetto del “conosci te stesso”.
Lewis morì nel 1963, probabilmente se avesse conosciuto l’opera del regista Andrew Adamson avrebbe apprezzato il modo con cui egli ha tradotto, per ora, due episodi della saga in linguaggio filmico, rispettando lo spirito dell’opera letteraria ma arricchendola di colori e calore lasciando a piccoli e grandi spettatori un ricordo e una nostalgia per Narnia mondo fantastico e crudele dove però trionfa il bene.

Il recente ciclo di “Harry Potter”, che imita la saga de “Le cronache di Narnia”, nel numero di libri, sette, ma, a differenza di quest’ultimo non propone una lettura a sfondo spirituale; i libri del maghetto dagli occhiali tondi sono una summa della letteratura fantasy per l’infanzia che li ha preceduti, ma sono privi di un substrato teorico, si limitano allo spettacolo ed hanno ben poco di etico da insegnare; credo che questo esemplifichi in modo lampante i cambiamenti sociali che ci distanziano e differenziano molto più di quanto farebbero supporre i circa sessant’anni trascorsi dalla pubblicazione delle cronache.



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