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 Anno IV n° 11 NOVEMBRE 2008    -   TERZA PAGINA



Il poema dei Monti Naviganti
Per: Lynn Carver. Fili - Castelfranco V.to (TV), Antiruggine, 1 dicembre ‘08 - 17 febbraio ‘09
Di Paolo Rumiz



          Paolo Rumiz, in omaggio alle Mappe di Lynn Carver, ha proposto per il catalogo della mostra il dialogo “Il poema dei Monti Naviganti” tratto da “La leggenda dei Monti Naviganti”, in un adattamento a cura dello stesso Paolo Rumiz e di Roberta Biagiarelli


 

  Lynn Carver: Rialto, una mappa per i ciechi, 1989, cm 20x20

R: “… Di solito succede che un viaggio me lo preparo meticolosamente, addirittura in modo maniacale, la prima cosa da fare è comprare una mappa: fisica!
La mappa diventa una carta delle meraviglie, dove annotare le indicazioni dei luoghi, delle persone che conosci, le tue sentinelle sul territorio.
Puoi comprare letteratura da viaggio, navigare su internet, telefonare ad amici nomadi, chiedere consigli, la guida si compra per ultima! Se si compra.
Si va a caccia dei toponimi, i nomi dei luoghi, si calcola il percorso, lo si “immagina”…
Con gli anni si capisce che l’importante è miniaturizzare il bagaglio. La valigia in casa rimane aperta per giorni, è l’ultima cosa che si chiude. E di viaggio in viaggio si riduce si perfeziona si affina”. Un viaggio comincia sempre così: con un affascinante inventario! E ci vuole coraggio a buttar via tutto per abbandonarti alla leggerezza della scoperta…

F: Sì, ma per andare dove?

R: La verità è che non sai come chiamare ciò che ti spinge. Qualcosa dentro di te molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, senza nessuna sicurezza, parti davvero… Basta trovare i compagni giusti.

F: Da bambino nelle mie scorribande senza fiato davanti all’atlante, giunsi alla conclusione che se i nomi dei luoghi fossero scomparsi dalla carta, i luoghi stessi sarebbero scomparsi. Per questo sono ancora attaccato alle carte. I luoghi vanno cercati, corteggiati, raggiunti con errori e digressioni, altrimenti escono dalla memoria.

R: Ci fu un tempo in cui l’Italia ebbe fame di carte. Fu dopo l’Unità. Primi del Novecento: era appena finita la stagione delle esplorazioni, impazzavano racconti di viaggio, nasceva il turismo e l’Europa –ignara della guerra alle porte– era divorata dall’impazienza di conoscere il territorio nelle sue pieghe minimali.

F: Le carte terresti, fino ad allora, erano cose per militari.

R: Venivano messe “in rete” le conoscenze di pochi. Fu una rivoluzione democratica simile a internet.

F: I cartografi dell’esercito regio avevano finito da poco il lavoro. Una ricerca pioneristica, che assemblava le carte dei vari regni e principati della Penisola.

R: Per conoscere i toponimi minori si interrrogavano i contadini e talvolta la risposta faceva testo anche se era un “Mi sai nen”, “non so niente”, oppure “So mega”, che divenne per qualche tempo il Monte Sòmega. La risposta dell’Italia unificata fu stupefacente, piovvero valanghe di dettagli. Ponti, boschi, case, frazioni, mulattiere, pendenze, primizie toponomastiche, persino la rete antica dei tratturi.

F: Erano mappe straordinarie. Mio padre le usava ancora e mi insegnava a leggere le distanze e a pianificare i viaggi in automobile in occasioni dei quali mi avrebbe nominato ufficiale di rotta. Su quelle isoipse, quei toni del verde e del marrone capaci di comunicare frenesie migratorie da Gran Tour, su quel turchino inimitabile dei fiumi e dei laghi, generazioni avevano già costruito la loro percezione dello spazio e il loro immaginario dell’Altrove. Continuo a viaggiare con quelle vecchie carte. Non per snobismo demodé, ma perché le mappe di mio padre contengono più informazioni di quelle di oggi.

R: Hanno più nomi. I toponimi sono gli ultimi guardiani dei luoghi. Ripetere quei nomi serve a tenerli in vita.

F: Ecco, se ha un difetto, la mappa centenaria, è quello di incantarti al punto da toglierti, talvolta, proprio la voglia di viaggiare. Ma per andar dove?



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