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La ciccia e quaranta gradi all’ombra


Di Silvia Sanna

Quaranta gradi all’ombra dei faggi e sole che schiaffeggia con la veemenza di un fidanzato tradito.

Nello stesso istante in cui la mia carne inizia a rosolare, lo sento per telepatia congenita: le mie amiche allungano delicatamente il piede e infilano con cautela le loro dita laccate in quel liquido rigenerante qual è l’acqua di mare.

Si possono anche contare le tonalità di azzurro che si alternano in quello specchio d’acqua che si perde davanti agli occhi, come un morbido lenzuolo d’infinito.

Carla sarà la prima a fare il tonfo nell’acqua cristallina, come un sasso gettato per il gusto di veder affiorare anelli grandi che ingoiano anellini concentrici.
Non è la più accaldata tra le tante, Carla.
Non è neanche la più smaniosa di fare il bagno o la più disinibita. Semplicemente, è la più grassa.

L’acqua rende giustizia, con la sua leggerezza danzante, ad un corpo che fatica a stare a galla. Il tragitto dalla spiaggia alla battigia e da lì nel ventre materno del mare, è una via crucis sotto il sole, seguita da occhi impenitenti e avidi di scommettere sul peso massimo trascinato dalla donna sulla sabbia.

Ce lo siamo sempre chieste anche noi, senza mai condividere questa curiosità con la portatrice di chili in eccesso. Se un totano fosse uscito dall’acqua in tenuta da sub, con un uomo infilzato nella fiocina del fucile da pesca, avrebbe attirato meno curiosi.
Carla, a suo modo, può dire di essere una prima donna che non fatica a stare al centro dell’attenzione. Ora le altre, Giada, Paola e Alessandra fanno un piccolo semicerchio nell’acqua, un arcobaleno di tanga e triangolini a coprire e proteggere quell’amica così inadatta ad un carnaio di corpi esposti al sole e ai complimenti.

Nello stesso momento, ad innumerevoli braccia di mare di distanza, la signora Giraudo si crogiola beatamente sull’erba del Valentino, spostando i suoi rotoli di carne ora a destra, ora a sinistra. Accanto a lei, suo marito Massenzio si accanisce su un rebus che non ha soluzione: non per chi si adagia sulla sdraio di tela volgendo i suoi pensieri di impiegato in ferie verso il nulla più assoluto. Tutt’attorno, uno stuolo di corpi seminudi di ogni colore e forma centellinano ogni raggio di sole che traspare dalla cappa grigia posata sulle loro teste. Il profumo dell’erba e della libertà sono più intensi delle Vespe che sfrecciano in parata sulla strada principale, lasciando in ricordo lo scoppiettio della marmitta e odore di anni ‘60. Charlie si rotola sul prato come per tastarne la frescura e scodinzola da una parte all’altra del parco per ricevere carezze e acqua pura e ghiacciata di fonte.

Il castello, imponente, prospetta una giornata da reali: stesi beatamente sul prato, sospesi nel tempo e nello spazio, nella calura estiva di una Torino placata dalla fresca sensazione di libertà. La signora Giraudo fa fatica ad alzarsi, vista la mole, e qua Antonelli non c’entra.
Scricchiola la sedia a sdraio al pari delle ossa stanche e i piedi, enormi tuberi gonfi, calcano profondamente quei cento chili su erba e fiori selvaggi.

Questo non è un paese per vecchie, è vero. Ma questa non è una città per silhouette che sfilano sulla battigia, acciughe di terra dal sorriso tirato e occhi in costante movimento attorno ad un corpo da velina.

La signora Giraudo ed io, quest’anno trascorreremo un’estate alternativa, portando i nostri chili in più all’ombra di un pino: gioielli di carne incastonati tra una rotatoria verde e le rive del Po.

Argomenti:   #racconto



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