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 Anno VIII n° 1 GENNAIO 2012    -   TERZA PAGINA


Cronaca da L'Aquila
Odore di muffa
La muffa è ormai un elemento che fa parte dell’arredo urbano dell’Aquila. Dalla muffa salgono i ricordi
Di Marianna Savastano


Da circa quattro mesi mio figlio va a lezione di arti marziali in una palestra che si trova in un seminterrato di uno stabile occupato da una banca e da uno studio di ingegneri in piazza San Bernardino, uno dei posti più belli dell’Aquila.
E’ una palestra frequentata da ragazzi e ragazze appassionate da sport come Parkour o Break Dance; sono vestiti tutti con tute larghe e cappellini, che a loro sembrano all’ultimo grido, ma che a noi, che avevamo la loro età negli anni ’80, sono estremamente familiari. All’interno c’è anche un piccolo bar con dei ragazzi simpatici che, mentre ti servono il caffè, ti fanno un sorriso, ti spiegano i loro progetti e ti trasmettono il loro entusiasmo.
Il titolare avrà non più di 25 anni, tiene la palestra sempre aperta (era aperta anche a Natale!), offre tra l’altro il suo spazio per suonare ai gruppi aquilani e, soprattutto, consente ai ragazzi di avere un punto di aggregazione luminoso e colorato nel cuore del cratere.

Io, quando parlo di questo posto, lo chiamo: “l’unica oasi in mezzo al deserto delle macerie” . Ed è così, credetemi!
In una nazione come la nostra, dove su una zona altamente sismica si è costruito senza criterio, il palazzo che ospita la palestra è stato costruito abbattendo “di nascosto” un palazzo storico fatiscente e costruendone uno “di nascosto” semplicemente coprendolo con delle tavole di legno, tipo fortino dei film del far west,
Mi ricordo lo scandalo che scoppiò, grazie alla segnalazione del solito “vecchietto dei cantieri”, uno di quei pensionati che passa le giornate a guardare (e a commentare) gli altri che lavorano e che un giorno sbirciò da una feritoia del fortino e scoprì che, in pieno centro, un palazzo aveva sostituito un altro palazzo. In questa operazione almeno una cosa era stata fatta a regola d’arte: l’edificio è antisismico ed è l’unico rimasto intatto nel raggio di decine di metri.

Nell’ora in cui mio figlio è occupato, e quando sono in compagnia, vado a fare un giro nella città. Non vado mai da sola perché sinceramente ho paura. La città alle sei di sera è buia e completamente deserta e io che sono facilmente suggestionabile, mi aspetto sempre che qualcuno spunti all'improvviso da qualche vicolo, e poi ci sono orde di cani randagi: problema che all’Aquila è sempre esistito, e che, come tutte le cose, è peggiorato con tutta la situazione.

Con mio marito, ho deciso di andare a fare un giro fino agli unici due negozi aperti in tutto il corso, tanto per dare un’occhiata.
Prendiamo Via San Bernardino, in fondo si vede l’incrocio dei Quattro Cantoni e la camionetta dei militari, a metà strada c’è l’imbocco di Via Fortebraccio, una delle strade più antiche della città, l’ho praticata per anni, quando andavo a scuola dalle Suore Micarelli.
E’ una di quelle strade che non vede mai il sole; me la ricordo sempre scura con la neve che rimaneva per mesi. Se uno prende Via Fortebraccio, dopo alcuni metri si trova davanti la magnifica scalinata di San Bernardino, vista da Piazza Bariscianello, una piazzetta nata dalla mancata riedificazione dopo uno dei nostri innumerevoli terremoti. Ma sono anni che non passo per quella strada, forse neanche in macchina; non mi ricordo più neanche come si percorreva prima del terremoto, dato che il senso di marcia cambiava in continuazione.

E neanche adesso ci posso andare per ovvi motivi; d’altronde, che ci andrei a fare? E poi come tutte le strade che non sono il corso, non è neanche illuminata e io mi chiedo perché. Di tanto in tanto penso che la luce sia stata spenta per coprire tanta vergogna…

La settimana scorsa, come al solito, sono passata da quelle parti e un odore acre di muffa mi ha raggiunto come uno schiaffo: aveva piovuto e in quel vicolo senza sole l’umidità faceva fatica a evaporare. Il palazzo dalla forma triangolare, che si scorge all’inizio della strada, è gravemente danneggiato; ormai inutilmente puntellato, e senza il tetto, raccoglie le pioggia e la neve ormai da tre anni.

La muffa ora è un elemento che fa parte dell’arredo urbano dell’Aquila.
I palazzi sono intrisi di acqua e hanno i muri anneriti e le strade, che non sono percorse come prima, sono coperte da una lieve peluria verde. In certi punti l’odore è fortissimo.
I nostri vicoli che conoscevamo così bene, d’estate erano freschi e d’inverno insidiosi per il ghiaccio, la notte del 6 aprile sono stati pericolosi per chi fuggiva e oggi sono così inospitali, così esanimi.

A volte faccio fatica a ricordarmi che lì c’era vita. Comincio a sospettare che quello che ricordo in realtà lo invento.
L’Aquila è fredda per antonomasia, ma adesso il freddo che si sente è diverso: non è il freddo secco che sembrava ti scheggiasse il viso, adesso le temperature sono più alte, ma nel centro della città fa freddissimo, io lo chiamo “il freddo della morte”.
Manca il riscaldamento delle case, quello dei negozi, e manca il caldo dei corpi dei miei concittadini che camminano, il loro alito quando parlano, le loro mani calde quando si salutano.

Con mio marito faccio un breve giro: andiamo fino a Piazza Duomo, dove le campane della chiesa delle Anime Sante suonano a distesa e non ne sappiamo il motivo. In quel silenzio tombale quel suono riempie tutti i vicoli e sembra che pure i puntelli dei portici vibrino per il frastuono.

Sotto i portici ci sono dei pannelli con le descrizioni dei progetti di ristrutturazione dei monumenti, con l’elenco dei committenti, dei soldi stanziati e dello stato di avanzamento dei lavori. Commentiamo brevemente con il proposito di approfondire la volta prossima, tanto ogni martedì dobbiamo portare il bambino in palestra e abbiamo un’ora di tempo per ripercorrere quei 400-500 metri fuori dalla zona rossa.

Guardando quei ragazzi penso a come ero io alla loro età, quando il centro della città era anche il centro della nostra vita, quando tra quei palazzi si andava a scuola, quando sotto i portici, ognuno aveva la sua colonna per incontrare i suoi amici.

Non so cosa ricordino della città e se pensano che potranno riappropriarsene; so solo che hanno comunque la voglia di essere lì dove i loro genitori hanno passato gli anni più belli della loro vita, e finché ci saranno loro a tenere quella fiammella accesa in tanta oscurità, non dobbiamo avere nessuna giustificazione per spegnere la nostra speranza.



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