ATTENZIONE  CARICAMENTO LENTO


Il medio oriente è un territorio in ebollizione

Ora la Palestina è uno Stato presente all’ONU, ma la pace è ben lontana


Di Giacomo Nigro

La Palestina prima e dopo la nascita dello Stato di Israele Da http://www.monde-diplomatique.fr/cartes/procheorient1949
L’ex Presidente degli Stati Uniti Gorge W. Bush, durante un discorso pronunciato a Ramallah il 10 gennaio 2008, disse che lo Stato palestinese avrebbe dovuto avere continuità territoriale e non assomigliare a un “formaggio svizzero pieno di buchi”.

Ora l'Assemblea Generale dell'Onu, con il riconoscimento avvenuto, ha trasformato “la Palestina in uno Stato sotto occupazione”. Lo ha detto il presidente palestinese Abu Mazen, Presidente dell’Autorità palestinese, ma i buchi restano.

Ricordiamo rapidamente i fatti più recenti per capire in cosa consistano quei buchi. Nel 2003 l’Onu, la UE unitamente a Russia e naturalmente agli USA, diedero vita alla cosiddetta Road Map che prevedeva un percorso che conducesse alla costituzione di uno Stato Palestinese. Si giunse quindi, nel 2005, all’elezione di un Presidente dell’ANP: Mahmoud Abbas (Abu Mazen); Israele iniziò il ritiro dalla Striscia di Gaza e ciò rappresentò un sacrificio per i coloni ebrei. Intanto l’anno successivo il movimento Hamas vinceva democraticamente le elezioni; nonostante ciò, nella striscia di Gaza scoppiarono incidenti fra i militanti di Hamas e quelli di Fatah. Questi ultimi fatti portarono alla sostanziale divisione in due fazioni politiche del popolo palestinese, divisione che corrisponde anche alla divisione fisica: Fatah controlla la Cisgiordania e Hamas la Striscia di Gaza. La Striscia di Gaza resta quindi sempre separata dalla Cisgiordania, rendendo quasi impossibile la realizzazione di uno stato palestinese unitario.

La risoluzione approvata ora dall’Onu costringerà, in ogni caso, il mondo a ritenere Israele responsabile delle infrazioni commesse dal 1967 ad oggi. Il leader dell'ANP ha osservato che la nozione di Stato sotto occupazione “sfida la tesi israeliana secondo cui si tratta di un territorio conteso”.

In un recente lungo discorso incentrato sul Medio Oriente, il segretario di Stato americano Hilary Clinton ha riconosciuto pienamente l’autorità politica di Abu Mazen, preconizzando una nuova fase per una “pace globale tra Israele e tutti i palestinesi, guidati dalla loro autorità legittima, L'Autorità nazionale palestinese”.

Ma siamo sicuri che questa presa di posizione dell’Onu convincerà i falchi israeliani a desistere dalle loro posizioni oltranziste? Infatti sappiamo già che Israele intende autorizzare tremila nuovi alloggi per i coloni ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Il premier Benjamin Netanyahu si era impegnato con l'amministrazione Usa a non costruire nella zona E1 per mantenere la contiguità territoriale tra le due sezioni della Cisgiordania, dove i palestinesi intendono stabilire il proprio stato. La decisione israeliana è tesa a complicare gli sforzi Usa (uno dei nove paesi che hanno votato contro la risoluzione) di sbloccare lo stallo dei negoziati di pace. Il nuovo piano che prevede un'espansione degli insediamenti israeliani “è controproducente e rende più difficile rianimare i negoziati di pace”, afferma la Casa Bianca. Definire singolare la posizione globale statunitense sull’attuale situazione mediorientale è quantomeno opportuno.

Da parte sua Abu Mazen ha lanciato un appello per la ripresa dei negoziati di pace, a patto che Israele fermi la sua politica di colonizzazione. Ecco fatto!

Sarà meglio dare ora un’occhiata al resto del turbolento Medio Oriente, a cominciare dalla Siria. Significative risultano le parole di padre Jules Baghdassarian, direttore delle Pontificie Opere missionarie, morto qualche giorno fa per un arresto cardiaco causato dalle preoccupazioni, dalla situazione di stress psico-fisico, dall’ansia e dalla fatica: “Non c'è una guerra civile in Siria, ci sono tentativi di renderla una guerra civile, c'è una pressione per trasformare il conflitto in un conflitto settario; abbiamo vissuto questa esperienza in Libano, si è visto in Iraq e ora lo vediamo in Siria. La gente non vuole la guerra e la violenza: il mondo ci aiuti a ritrovare la pace!...Chiediamo alla comunità internazionale e all’Unione Europea di aiutarci a ritrovare la pace, non di fomentare la guerra!

Nel frattempo da Mosca, il Comitato di coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (NCC) ha fatto presente quali caratteristiche di fondamentalismo religioso stia assumendo il conflitto siriano. Il corrispondente di “Voice of Russia” ha intervistato il coordinatore del NCC, Heisam Manaa: “Sfortunatamente le autorità siriane non mi hanno dato garanzie di sicurezza. E non ho neanche potuto incontrare Ban Ki-moon a Beirut. Sento la pressione da parte di una parte dei servizi di sicurezza siriani. Comunque non solo da parte loro. Per quanto ne so, anche i radicali islamici non mi amano”.

Il comitato ha pubblicato la lista dei mercenari sauditi presenti in Siria. “Siamo contro la presenza di mercenari stranieri…questa gente distrugge la Siria. Sfortunatamente ci sono dei ‘giocatori’ politici, come la Turchia, che permette loro di invadere la Siria. E l’obiettivo non è solo la Siria. Noi siamo solo un anello nella catena”.

Intanto la NATO ha dislocato missili Patriot sul confine turco-siriano, alimentando le tensioni tra Ankara e Tehran. Dopo la Russia, che attraverso il suo ministro degli Esteri Lavrov ha criticato la richiesta turca di collocare i missili lungo la frontiera, anche l'Iran ha protestato contro la decisione del governo Erdoğan.

Gli attuali rapporti fra Turchia e Iran si caratterizzano per un'interdipendenza attraversata da costanti tensioni, toni minacciosi, attriti tra servizi di intelligence. I rapporti d’affari sono sempre intensi: non potendo trasferire dollari nelle proprie banche, gli iraniani comprano l'oro di Ankara in lire turche derivate dalle esportazioni di gas, che la Turchia continua ad acquistare in abbondanza. Visite ufficiali e rapporti commerciali fra i due Paesi sono quindi manifestazioni di un legame costante, che negli ultimi anni ha visto nascere diverse iniziative - si ricordi quella sull'arricchimento dell'uranio del 2010, che coinvolgeva anche il Brasile - e relazioni diplomatiche, che evidentemente la questione siriana non ha ancora compromesso.

In quanto alla collocazione dei missili Patriot e la quantità di truppe NATO da dislocare, le autorità turche continuano a rassicurare sugli scopi puramente difensivi dell'operazione, che non sarebbe legata a un prossimo intervento diretto in terra siriana. Lo ribadisce da Bruxelles la portavoce della NATO Carmen Romero: "Questo sistema assicurerà la protezione della Turchia dalle potenziali minacce. Alcuni dei nostri membri si sono fatti avanti proponendo il collocamento di questo sistema in Turchia e il dispiegamento dei propri Patriot in quel Paese", ha detto Romero. Da parte sua anche il Segretario Generale Rasmussen ricorda gli scopi difensivi e si mostra irritato dalle dichiarazioni iraniane: "L'Iran non ha il diritto di intervenire in questo processo. Questa è una decisione della NATO, le parti terze non hanno niente da dire".

Nel lasciare alla NATO la gestione di queste nuove e pericolosissime tensioni nella regione mediorientale, gli Stati Uniti dimostrano di avere una posizione meno netta su un eventuale conflitto, ma la loro possibile debolezza in questo contesto potrebbe avere conseguenze negative nei rapporti con l’Europa costretta, per forza di cose, a difendere il suo fianco mediorientale rappresentato dalla Turchia. In questi giorni la protezione della Turchia è praticamente diventata prioritaria per gli Alleati; e non è difficile scorgere nel dispiegamento dei missili l'intenzione di scoraggiare, più che l'esercito di Assad, l'ostilità di Teheran.

Un’ultima considerazione, allargando l’orizzonte al resto del mondo, che ha preso posizione sulla Palestina all’ONU: il baricentro geopolitico si sta spostando dall'Occidente verso il resto del mondo, come spiega il politologo professor Kupchan nel suo libro “Il mondo del XXI secolo non sarà degli Usa o della Cina, ma di nessuno”. Pubblicato lo scorso marzo dalla Oxford University Press e che uscirà in italiano nei primi mesi del 2013 con Il Saggiatore.

Egli spiega quale é lo scenario politico internazionale che va delineandosi. Dopo che gli ultimi due secoli hanno visto l'egemonia materiale e ideologica dell'Occidente nella politica internazionale, il mondo del futuro prossimo non sarà dominato da un singolo paese, da una particolare area regionale o da un solo modello politico. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea riusciranno sicuramente a superare l'attuale recessione economica, ma si ritroveranno in un mondo di profondi cambiamenti. Intanto, nessuna fra le attuali nazioni emergenti avrà la forza necessaria per esercitare un'egemonia globale. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno formato il nuovo gruppo: i BRICS per coordinare le loro iniziative politiche, ma essi non condividono una visione coerente del nuovo ordine internazionale; al momento sanno sicuramente quello che non vogliono più: la continuazione di un mondo dominato dall'Occidente. Nei prossimi dieci anni ci si può aspettare dalla Cina passi avanti significativi nelle riforme economiche, ma soltanto dei passi piccoli e lenti nelle riforme e nelle liberalizzazioni in politica, in ogni caso, per cui la crescita del suo Pil globale sarà in parte trasferito nel settore militare e nell'ambizione geopolitica.

Argomenti:   #israele ,        #medio oriente ,        #palestina ,        #siria ,        #turchia



Leggi tutti gli articoli di Giacomo Nigro (n° articoli 137)
il caricamento della pagina potrebbe impiegare tempo
© Riproduzione vietata, anche parziale, di tutto il materiale pubblicato

Articoli letti
11.264.031

seguici RSS RSS feed

Il sito utilizza cockies solo a fini statistici, non per profilazione. Parti terze potrebero usare cockeis di profilazione