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Il Novecento tra storia e cinema

Considerazioni dalla conferenza di Peppino Ortoleva e Davide Ferrario del 3 Febbraio 2018

Di Giovanni Gelmini

chi volesse seguire la conferenza lo può fare qui
https://www.youtube.com/watch?v=W2mWrSpdEK0

Argomento quanto mai interessante, specialmente per me che non apprezzo il cinema, anzi sento un senso di disagio quando lo devo vedere. Mi scuseranno i lettori se dico cose che loro non condividono, ma questo è il mio pensiero, non nato dal caso o dalla voglia di dire qualcosa di diverso.
Lo storico Peppino Ortoleva ha smontato pezzo per pezzo il cinema, per mostraci in modo chiaro cosa è e come si inserisce nella storia del Novecento e, ancora più, nell’attuale. Dissezione dello strumento cinema veramente interessante, completata dalla ricostruzione di cosa è i cinema fatta dal regista di documentari Davide Ferrario.

Il primo punto: Il Cinema e la macchina del tempo

Wikipedia ci dice:

    Nell'immaginario collettivo, la "macchina del tempo" è il nome dato all'ipotetico mezzo di trasporto per viaggiare nel tempo, in grado di far balzare, in pochi istanti, da un'epoca temporale all'altra, sia nel passato che nel futuro.
Peppino Ortoleva affronta questo primo punto sintetizzando la sua storia: “La prima è la parola, la scrittura con già la tecnologia, la macchina del tempo che racconta: il cinema racconta attraverso l’immagine e il suono.

Prima la parola, poi pittura e scultura sono state macchine del tempo formidabili, arrivate fino ad oggi; difficilmente conosceremmo la storia del passato se non ci fossero state, ma nessuna di esse è stata istantanea e indipendente dal suo creatore. Tutte hanno avuto bisogno di qualcuno che operasse per creare; questo chiaramente rende queste testimonianze molto soggette all’idea che il loro autore aveva della realtà e a quello che voleva trasmettere. Il lavoro dello storico è proprio quello di ricostruire la realtà analizzando i documenti pervenuti, confrontandoli e cogliendo le parti anacronistiche o difficilmente reali.

Nell’800 nasce la fotografia e Ortoleva rileva: “La fotografia che è una macchina vera e propria che coglie il momento, l’istante; è un pezzo di mondo o una riproduzione del mondo, ma c’è una novità: la macchina può fare cose che il fotografo non si attendeva.

La volta scorsa avevamo già visto come la fotografia non si possa prendere in assoluto come “vera”, ma che va letta e interpretata come qualunque documento storico, ma rispetto a quelli precedenti (parola, pittura, scultura) ha quella indipendenza dal suo operatore che a volte, per lo storico, diventa verità. Il soggetto può non essere vero, ma il contorno, l’ambiente in cui la foto è scattata sì, e così la foto di una persona, ormai dimenticata, in posa artefatta, mostra luoghi e abitudini che sono veri e aiutano lo storico a collocare la verità.

Ortoleva ricorda come alcune immagini riprodotte molte volte diventano simboli, come il recentissimo bambino siriano morto sulla spiaggia o, negli anni della guerra del Vietnam, la bambina nuda che fugge dal Napalm e, aggiungo, “Miliziano colpito a morte” di Capa nel ’36.

Immagini sicuramente fortemente emotive e che hanno ben descritto un’emozione legata a avvenimenti reali, ma spesso, proprio per il loro perfetto adattarsi ad una immagine della realtà, sono costruite, non vere, anche se rappresentano un “pensiero” vero.

Della fotografia abbiamo parlato già nel precedente articolo; arriviamo ora al cinema che deriva dalla fotografia come tecnologia, ma che ha una struttura comunicativa e di realizzazione completamente diversa.
    … nel ‘900 arriva il cinema, macchina del tempo diversa: più potente, il cinema racconta; è nata un’arte del tutto nuova, … c’è la messa in scena, immagini e suoni: il tempo, qualcosa che è stato davanti alla macchina di ripresa, ma le vediamo nel presente quando viene proiettato.
Così Ortoleva parla del Cinema.

Immagini, suoni e messa in scena, cioè “il montaggio” la connessione tra le immagini creano il film. Questa connessione fornisce la trasmissione del pensiero del regista, che risulta completamente autonoma dalla realtà sottostante e dai singoli componenti usati. È quindi una “verità” indipendente che agisce connettendosi ai nostri ricordi, alle nostre esperienze. Quello che intendo è stato indicato proprio da Ortoleva:
    Il cinema permette di mettere in scena il ricordare; “Listen to Britain” (1942) documentario realizzato per propaganda bellica dagli inglesi; senza parole, è un viaggio con come elemento guida i suoni in cui le immagini accompagnano e aiutano a capire i suoni. Documento: non si può dire che il Regno Unito fosse quella cosa, ma lo rappresenta molto meglio di tante fotografie
    È la rappresentazione del pensiero del regista: una verità, non La Verità quindi.
Anche Davide Ferrario concorda e aggiunge un’importante osservazione: “Il cinema è sempre insieme verità e messa in scena. Da questo punto di vista la separazione tra cinema di finzione e cinema documentario è una balla clamorosa … Dentro il cinema di finzione c’è sempre un pezzo di realtà reale e dentro un film documentario c’è sempre un pezzo di messa in scena… Nei documentari c’è sempre il punto di vista di chi lo fa e racconta la sua storia.
I documentari dell’Istituto luce che rappresentano le cose come se fosse la verità rilevata, ma non era vero.

Ora credo che sia ben chiaro quale può essere il rapporto tra chi studia storia e il cinema; ha solo un ruolo di narrazione di una realtà come l’ha voluta il narratore, importante di certo, ma da prendere con le dovute cautele.

Nello stesso tempo mi sono chiarito perché il cinema non mi attira. Quando si vede un film ci si trova in un ruolo passivo, con lo sguardo fisso sullo schermo, ci si deve lasciare penetrare dalla rappresentazione voluta dal regista, che muove in noi emozioni a suo piacimento; non possiamo interrompere per ragionare, né soffermarci su particolari della messa in scena. È questo che a me non piace a mi fa sollevare un muro di protezione.

Un altro punto che sarebbe interessante approfondire è il rapporto tra tecnologia e cultura. Secondo entrambi i relatori è un rapporto inseparabile e questo mi consola perché la penso anch’io così, ma cosa ne pensano tanti umanisti che vedono la tecnologia come un qualcosa che danneggia la cultura? Mi piacerebbe in un prossimo futuro affrontare questo argomento dalle mille sfaccettature


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